Onde di terra i ritmi di di Peppe Sannino
di Sandro Tacinelli. “Come percussionista più che cercare nuove sonorità, ho sempre pensato di usare al meglio quelle che avevo a disposizione. Esprimermi con il linguaggio dei tamburi è una cosa che mi porto dentro da sempre e a cui non ho voluto mai dare una spiegazione logica”. A parlare così è Peppe Sannino che ha inciso da poco l’album “Onde di terra”, una raccolta molto accattivante (in sintesi: di quelle che si fanno ascoltare e non si… dimenticano), che resta a suo dire “fondamentalmente un documento, uno sfizio che mi sono voluto togliere arrivato ai 50 anni, dopo più di trenta che faccio questo lavoro”.
Peppe Sannino, nato a Cercola (Napoli) napoletano di nascita ma sannita d’adozione (vive da molti anni a Telese Terme), dopo una proficua esperienza con i Popularia e la partecipazione a numerose ensemble con musicisti di diversa estrazione, da anni fa parte dell’Orchestra Italiana di Renzo Arbore.
“Onde di terra” non è altro, quindi, che un’esperienza tesa a “codificare” gli istinti di un percussionista che, per l’occasione, ha scelto come “compagni di viaggio” amici a cui vuole bene e, soprattutto, stima molto dal punto di vista professionale. Essi sono: Fiorenza Calogero, Mariano Caiano, Carlo Lomanto, Antonio Mambelli, Claudio Cavalli, Lello Crispino, Antonino Talamo, Nunzio Toscano, GeGè Telesforo, Paolo Termini e Rino Borriello.
Le tre suite (“Mamafrica”, “Slow life”, “Terramadre”) sono dei quartetti per sole percussioni che Peppe Sannino ha scritto per omaggiare la tradizione afrocubana; i primi due interpretano ed elaborano due ritmi della tribù bantù (la Makuta e il Palo), mentre, nel terzo ha affidato a Fiorenza Calogero il ruolo che di solito è del sonero cubano.
“Kingston-Bahia” esalta il samba-reggae, ritmo tradizionale brasiliano, che interpreta benissimo la condizione degli schiavi negri quando furono catturati e portati a forza dall’Etiopia in Giamaica, dove si è sviluppato il reggae e, in Brasile, precisamente a Bahia, dove invece si è sviluppato un ritmo molto simile al reggae, il samba-reggae appunto. “El Camaro”, invece, è un brano di GeGè Telesforo arrangiato al ritmo di un Bembè; mentre “Viaggio” è eseguito alla fisarmonica con il solo accompagnamento delle congas.
C’è, inoltre, l’omaggio brasiliano con “Quicanto”, con una prima parte di samba pago ed una seconda in batugada, che è il samba principale più veloce e più energico del carnevale. Spazio anche alla tarantella in “Tuareg”, personalissima interpretazione dove Sannino parte con la tammorra per poi sfociare in una vera e propria danza africana intorno al fuoco. Questo brano è un po’ la summa dello spirito che ha animato l’intero disco, e cioè il connubio tra la napoletanità e l’Africa, per questo il lavoro ha per titolo “Onde di terra”, ispirato ad una raccolta di poesie di Mariano Bàino (Onde di terra”), ossia le onde del mare di Napoli e le onde di terra del deserto africano.
Completano la raccolta: “Hybris”, un pezzo in 7/8 che omaggia il mondo arabo e mediorientale e serve a dimostrare che arabo non è sinonimo di terrorista o malfattore, ma di cultura e civiltà, e “Black consciousness” (coscienza negra), valido esempio di fusione del samba-reggae con gli strumenti tradizionali moderni, quali il basso, la chitarra elettrica ed il sassofono.Peppe Sannino, nelle poche righe che accompagnano la raccolta, tra l’altro, ha scritto: “Dedico questo lavoro a mia madre, a Carlo Todisco che porterò sempre nel cuore e alla mia famiglia che amo con tutto me stesso”.
di Sandro Tacinelli fonte: da IL SANNIO QUOTIDIANIO del 15/05/2011
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