Una chiacchierata con un giornalista a vita
di Gianclaudio Malgieri . Chiacchieriamo con Maso Biggero all’indomani della pubblicazione del suo ultimo libro. L’autore, 83enne romano di origini casertane, è un giornalista che ha lavorato per anni per il Corriere della Sera, il Giorno, il Mondo, l’Unità, Historia.
Il romanzo, sullo sfondo degli scontri campani tra garibaldini e borbonici nel 1860, dipinge le storie di rivoluzione interiore e sentimentale di diversi personaggi: due contadini, un colonnello borbonico, una nobildonna spagnola, un pittore garibaldino e l’Eroe dei due mondi in persona.
(L’intervista completa si trova su www.controluceblog.it )
-Perché proprio ora il suo primo libro, a 83 anni?
In effetti la vecchiaia ha molto in comune con la giovinezza, come il tramonto è molto simile all’alba. Io mi sentivo di rivivere la mia giovinezza in questo romanzo. La vita vera termina a 15 anni, lo dicono gli psicologi, quello che c’è dopo è solo un di più.
-Lei ha lavorato per il Corriere della Sera, per l’Unità, ecc. Cosa le ha donato il giornalismo?
Tutto, la possibilità di stare in mezzo alla gente, di ricercare la verità, di soddisfare la mia curiosità. Chi non è curioso non può fare il giornalista. Fare il giornalista, un tempo, voleva dire rispondere a dei sogni, i giovani sognavano. Ora i giovani non sognano più, forse perché è difficile sognare. Noi venivamo dalla guerra, avevamo davanti la ricostruzione. Oggi invece voi avete di fronte il buio.
- E il giornalismo oggi?
E’ spento, è un mondo con poca luce. Quello che io consiglio è l’estero, purtroppo oggi l’Italia sta attraversando una grave crisi del giornalismo e dell’informazione.
-Passiamo al romanzo. Il titolo sembra un po’ una contraddizione. “1860, finalmente l’Italia”, ma sappiamo tutti che l’Unità d’Italia si è avuta nel 1861…
C’è stato un percorso a questa Italia unita. Le basi della nuova Italia si gettano anni e anni prima e il 1860 segna un punto fondamentale. Annesso il Sud l’Italia era praticamente formata l’Italia, e la battaglia del Volturno (del 3 Ottobre di quell’anno) fu fondamentale a questo scopo. Ho scritto “finalmente l’Italia” perché arrivò tutto come una rivoluzione, una tempesta, che si rifletté poi anche nelle vite singole e nei rapporti sentimentali dei singoli personaggi.
-Una cosa colpisce molto nel leggere il romanzo: le omonimie. Si chiama Fusco sia la famiglia dei contadini di Morrone, sia quella dei nobili spagnoli. La giovane amante di Garibaldi si chiama Anita, proprio come la compagna brasiliana storica dell’eroe, morta anni prima. Sono volute queste coincidenze?
Dico subito che Fusco è il cognome della mia famiglia dal lato materno. Lorenzo, ad esempio, (nome del contadino, marito di Anita ndr) era il nome del nostro fattore. Per fare un altro esempio, I tre pini, che ricorrono nelle descrizioni del giardino della casa, sono i tre pini che erano fuori la mia casa di campagna. Riguardo agli altri nomi sono stati scelti con rapidità, presi un po’ qua un po’ là, come quello di Josefina, preso da una mia amica spagnola. E ho creato anche alcune simpatiche omonimie, appunto.
-Punto centrale nel suo romanzo è la rivoluzione. Un cambiamento necessario, che era richiesto sia nella politica del Sud Italia, sia nelle vite delle due donne Fusco. E questi garibaldini sono proprio come una tempesta, che passa, scuote tutto, ma poi, come dice la contadinella ,”alla fine tutto passa”. Difatti questa doppia storia d’amore tra due borboniche con due garibaldini è un po’ come questa passione iniziale del Sud verso l’Italia unita… Una passione presto tradita…
Infatti, è proprio così. Come diceva egregiamente il Gattopardo “cambiare tutto, per non cambiare niente”. Ed è stata proprio questa tempesta, come dici tu, che ha risvegliato le due donne inconsciamente insoddisfatte. E’ bastato un attimo, uno sguardo, un piccolissimo evento, un incontro… e la loro vita è stata rivoluzionata. Ma alla fine è cambiato poco, tutto è ritornato come prima.
Hanno commesso qualcosa che non si doveva fare, ma poi sono tornate alla loro vita. Hanno compreso il loro errore. Ed è quello che servirebbe fare oggi, contro questa impudenza comune: ammettere i propri errori. Un tempo si faceva molto di losco, ma si taceva. Oggi con strafottenza si sbattono in piazza le proprie incoerenze e assurdità, maggiormente nel mondo politico.
-Ha parlato di impudenza, ma del resto anche lei potrebbe essere accusato di impudenza, per i continui rimandi erotici che ci sono nel suo libro, seppur posti in maniera elegante e mai volgare.
I richiami erotici sono funzionali alla trama. Tra l’altro era mio intento combattere questa falsa moralità ipocrita che sta dilagando.
-La ringrazio per la chiacchierata, e per la grande giovinezza che mostra di avere.
-Grazie a te, e a tutti coloro che sosterranno il mio libro.
http://www.tauros.altervista.org/controluce/?p=523
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