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Ignoranza e luoghi e comuni

 

Associazione ‘Rete sociale‘ Molti hanno parlato della tragica morte di Ilaria anche senza conoscerla, anche senza sapere nulla della sua famiglia. Il risultato è stato un polverone più mefitico del rogo che l’ha avvolta. Perciò ci permettiamo di scrivere di lei sperando di non alimentare ancora il clamore sollevato dalla sua morte e da chi l’ha provocata: sua madre. “Ma non piangere Ilaria – verrebbe subito da dirle – perché tua mamma non è un’assassina nel significato classico della parola: e nessuno, tranne Dio, può sostenere il contrario”. Perchè nessuno sa che cosa si sia agitato nella sua mente quando ha compiuto quel gesto terribile che nessuna madre al mondo può compiere senza soffrirne – come ne sta soffrendo – la mamma di Ilaria una volta tornata in sé. Ilaria, dunque, è la vittima di una vittima alla quale siamo disposti a dare ogni sostegno se dovesse chiedercelo. E lo stesso vale per suo padre che in questo momento forse è quello che ne ha più bisogno dopo essere stato travolto e calpestato dall’assordante e impietoso clamore dei media: se si è sentito offeso da alcune dichiarazioni fatte, sappia che gli saremo al fianco anche per approfondire tutti gli aspetti legali della vicenda e per individuare le responsabilità nella diffusione di notizie false buttate in pasto ai media con finalità estranee al diritto all’informazione. Questa, dunque, è la nostra posizione verso la famiglia di Ilaria come associazione che difende gratuitamente i diritti dei più svantaggiati e la cui unica soddisfazione – per dirla con le parole di Emily Dickinson – è : “Se posso impedire a un cuore di spezzarsi… Se di una vita posso lenire la pena o calmare il dolore… non avrò vissuto invano”.

C’è però anche un tipo di “lettura” di questa tragedia sistematicamente assente dagli organi di informazione quando accadono fatti come questi che scatenano interessi che hanno poco a che vedere con le colpe della disgraziata madre di Ilaria e la sua povera famiglia, o con chi avrebbe dovuto o meno occuparsi di loro.

Come gli interessi di una larga fetta della stampa a sfruttare la passione del pubblico popolare per il “noir” cercando di arricchirla di dettagli scabrosi, inquietanti, efferati da sparare come titoli grondanti sangue cercando di cavalcare il più possibile i macabri fatti di cronaca. Questo interesse ha scatenato, infatti, la morbosa curiosità dell’opinione pubblica nazionale acuita, nel caso di Ilaria, dalla “serialità” dell’accaduto: la sua morte, cioè, ha avuto eco sulla stampa nazionale perché è stata preceduta da un gesto di follìa che ha spinto un’altra madre ad annegare due suoi figli. Il che fa ancor più notizia.

C’è poi l’interesse di chi utilizza episodi come questi a fini commerciali: per vendere un prodotto, per fare pubblicità, per fare presa sull’opinione pubblica a fini elettorali sfruttando la tendenza che ha oggi la politica di basarsi non sui fatti e sui programmi, ma sulle storie e sulle suggestioni. Così capita che alcuni si inventino un racconto apparentemente vero ma privo di riscontri reali vestendosi da paladini in difesa di diritti che, invece, essi stessi calpestano pur di screditare gli altri, chiamandosi fuori da ogni responsabilità come cavalieri senza macchia e senza paura. Il che non è possibile perché in questa vicenda e nel modo in cui è stata trattata è mancato proprio il rispetto del principio di responsabilità che ci vede tutti chiamati in causa in quanto società civile, per riflettere sugli errori commessi anche come cittadini che, per indifferenza, non prendono mai posizione.

Così, una problematica delicata come la malattia mentale finisce per essere travolta da ignoranza e luoghi comuni che fanno il gioco di chi vuole condizionarne la cura. Cioè, come dimostrano i titoli di certi quotidiani nazionali, fanno gli interessi di chi oggi vuole rimettere in discussione la “legge Basaglia”- nonostante abbia dimostrato, dove è stata messa in pratica, di essere la migliore possibile – e vuole ritornare alla logica della malattia mentale vissuta nel chiuso dei manicomi e delle case di cura private, sotto il controllo della classe medica più retrograda: una classe che non vuole ammettere l’importanza della società nella cura del malato mentale, anche perché spesso è interessata ai rilevanti profitti che si possono ottenere dai ricoveri in strutture di tipo manicomiale dove i grossi numeri – dei pazienti, del personale, degli investimenti – rende più difficile i controlli e più facile fare ogni genere di guadagno e di clientelismo.

Ebbene, potrebbe dire qualcuno, ma che c’entra tutto questo con il caso di Ilaria? Appunto: non dovrebbe entrarci, ma come si vede è proprio questo che ha preso il sopravvento su una tragedia della quale sono rimasti solo i titoli e trascurati i veri contenuti: la sofferenza dei protagonisti e la loro storia da raccontare con l’umana compassione, con il rispetto e con la condivisione del dolore che dovrebbero appartenere a una società civile.

Firmato : “La Rete sociale”

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