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Stress da lavoro preoccupano i dati ISPELS

 

di Nuccio Franco L’attuale congiuntura economica che ha minato alla base vecchie e nuove certezze, oltre ad aver provocato effetti economici devastanti a livello di sistema Paese, come ogni crisi ha sortito preoccupanti “effetti” collaterali. Si sono ridotti i consumi delle famiglie, il senso di precarietà è diventato sempre più diffuso ed ecco che si profila all’orizzonte prepotentemente un nuovo rischio: quello del mal da lavoro.

Infatti, secondo recenti dati diffusi dall’Ispels,Istituto Superiore per la Prevenzione e la Sicurezza del Lavoro,aumentano esponenzialmente i disturbi psicologico-psichiatrici associabili all’attività lavorativa. Depressione, ansia e disturbi di vario tipo riguardano oltre 10 milioni di lavoratori, quattro dei quali ritengono tali fattori altamente rischiosi per il proprio stato psichico.

Ad allarmare, tuttavia, c’è anche un altro dato ossia quello concernente l’aumento dell’uso di psicofarmaci tra i più giovani, nella fascia d’età che va dai 35 ai 44 anni, cosa impensabile fino a qualche anno or sono. Si tratta, in sostanza, di quella grande fascia che più risente dell’instabilità lavorativa, del precariato e di tutti coloro i quali pur avendo un posto fisso (??), temono di perderlo da un momento all’altro. Questa la nuda realtà anche se in Europa non va meglio.

L’Agenzia Europea per la Salute e la Sicurezza nei luoghi di lavoro riferisce, infatti, che negli ultimi due anni circa il 20% dei lavoratori europei espone un carico mentale e uno stress eccessivo in relazione al proprio impiego. Ciò senza considerare le ricadute economiche di questa situazione in termini di costi sociali: lo stress infatti e’ la seconda causa per assenze dal lavoro in Europa, per un costo totale di 20 miliardi annui.

E’ necessario quindi monitorare con attenzione la situazione nel tentativo di individuare le contromisure a tale stato di cose, partendo innanzitutto dall’organizzazione del lavoro e degli ambienti nei quali si svolge l’attività di ciascuno.

Personalmente, reputo che le colpe maggiori debbano essere individuate nei leader, nel capo d’azienda, in coloro i quali, quotidianamente, fanno e disfano a proprio piacimento scegliendo di guidare altri in una direzione piuttosto che nell’altra, a volte non avendo la benché minima cognizione dell’organizzazione e del metodo.

Certamente è auspicabile una reazione da parte dei soggetti passivi, dei lavoratori, nel non lasciarsi andare, nel resistere a situazioni di stress o, peggio, di abuso vigilando sulle situazioni critiche che giorno dopo giorno vengono poste in essere e che subiscono. Bisogna scegliere tra l’adeguarsi – il che non presuppone affatto una supina sottoposizione ai diktat del datore – o l’ammalarsi. Ardua scelta, decisamente.

Infine, degno di menzione risulta essere un sondaggio de “Il Sole24ore” dove sul campione esaminato, alla domanda se si ritiene che il benessere psicologico sia messo a rischio sul posto di lavoro, oltre il 75% degli intervistati ha risposto affermativamente, ossia quasi due lavoratori su due.

Cifre e dati preoccupanti, destinati a crescere se non in presenza di nuove politiche del lavoro dove l’uomo, il lavoratore, sia rispettato per ciò che è, rappresenta e riesce a dare nell’ambito di un’organizzazione del lavoro che rispetti diritti e peculiarità di ognuno.

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