Grbavica (Sarajevo), tra memoria e futuro. Intervista ad Eldina Barta
di Nuccio Franco “Una città che nel suo centro ha quattro luoghi di preghiera. È raro. Un luogo mussulmano, due cristiani, uno ebraico. A un centinaio di metri uno dall’altro. Non esiste in nessuna altra parte del mondo. L’aveva scritto tempo fa, prima della guerra, un rabbino sefardita, chiamato Kaa” Predrag Matvejevic in un’intervista per La storia siamo noi
Grbavica non è semplicemente uno dei quartieri della città di Sarajevo posto tra il centro e la periferia. Storicamente zona a maggioranza serba, rappresentò la linea del fronte durante la guerra. Da questi fu usato come campo di tortura; successivamente fu assegnato all’entità croato-musulmana e quindi abbandonato in gran parte dai serbi.
A Grbavica c’è il tristemente noto “Viale dei Cecchini”, il cimitero ebraico e la strada dedicata a Gabriele Moreno Locatelli, volontario italiano ucciso il 3 ottobre 1993 dai colpi di un cecchino. Con altri quattro pacifisti stava attraversando il ponte Vrbanja sul torrente Miljacka, che divide la città, per un’azione simbolica rivolta alle due parti in conflitto. Volevano deporre una corona di fiori sul luogo della prima vittima di quella guerra e quindi offrire del pane ai soldati bosniaci ed a quelli serbi, che si fronteggiavano dalle sponde opposte del ponte. Entrambe le fazioni erano state avvertite dando il proprio assenso all’iniziativa. L’uccisione di Locatelli fu definita immediatamente dalla comunità internazionale,come dettata dalla fredda volontà di riaffermare l’esistenza della linea della morte che divideva in due la città.
Per noi, tuttavia, al di là della nuda cronaca, Gbravica è la casa dei nostri amici, Eldina (musulmana) e Nebojsa (serbo, grande musicista) e del loro adorato figlio, Denis. E’ casa nostra, la sentiamo tale. La prima volta che ci recammo nel quartiere, i segni della guerra erano ancora evidenti. Case anonime, sventrate,crepe e giardini poco curati, gente ancora scossa da quanto accaduto. Alti palazzi grigi, atri anonimi e scrostati, i segni degli obici e dei colpi dei cecchini cetnici ancora lì, a futura memoria. Il loro affetto, la loro accoglienza ci fece sentire subito a casa, circondati da quel calore che poche volte prima di allora avevamo provato. Fu subito empatia, quella stessa che permane ancor oggi, nonostante il trascorrere del tempo ma, si sa, l’amicizia è qualcosa che trascende i canoni spazio – temporali. Gli amici li si porta nel cuore e nella mente!!
Abbiamo rivolto alcune domande ad Eldina che ha accettato volentieri il nostro invito, spinti solo ed esclusivamente dalla necessità del ricordo e della memoria, seppur dolorosi, per raccontare soprattutto alle nuove generazioni ciò che fu e che non dovrà mai più essere. Eldina non è una scrittrice né una, giornalista ma molto di più. E’ un’amica ma, soprattutto, una cittadina di Sarajevo con i suoi ricordi e le sue speranze.
D – Eldina, amica, innanzitutto grazie per la disponibilità. Come hai vissuto il periodo dell’assedio di Sarajevo, come lo hanno vissuto i tuoi parenti, amici?Cosa provavano in quei giorni terribili??
R – Grazie a Voi ed alla vostra sensibilità. Non ti nascondo che iniziare un racconto sulla tua città, di cui sei innamorata – come anche voi lo siete – è sempre difficile; le emozioni sono tante,si alternano, tutte troppo forti. Ogni parola è dolorosa. Non sono una scrittrice, ma volevo parlare a degli amici che amano Sarajevo e che sono sempre nei nostri cuori, nella nostra anima. Sono nata 45 anni or sono e mi sembra già tanto, ho la sensazione di essere sopravvissuta in una vita già triste. Ricordo i tempi del liceo, la brava gente, gli amici, la libertà. Un tempo eravamo felici, stavamo bene. Rievoco ancora il primo viaggio da sola alla frontiera quando fu così bello vedere il mio passaporto stretto al petto,vicino al mio cuore jugoslavo . Alcuni amici, dopo aver completato il liceo si impiegarono come receptionist. Sarajevo, infatti,nel 1984 fu proclamata Città Olimpica ed eravamo tutti orgogliosi. Il mondo ci osservava, elogiava la nostra città ed un senso di fierezza ci pervadeva. Eravamo pieni di energia, tutti.
Vivevamo uno accanto all’altro, varie etnie interagivano tra loro pacificamente ma la morte del Maresciallo Tito cambiò ogni cosa. Ci fu la divisione della Jugoslavia ed un muro invisibile fatto di ignavia e rancore si issò anche quando ai suoi funerali, quel giorno, c’era gente venuta da tutto il Paese. Già a partire dal ‘91 colpi di mortaio cadevano sulla città dalle montagne circostanti, giorno e notte; il 2 aprile 1992 si scatenò l’inferno, barricate dappertutto, granate a grappoli. Dichiararono apertamente le loro intenzioni, nonostante ci fossero già state proteste pacifiche di fronte all’Assemblea nazionale. Dalle colline della Repubblica Serba sparavano incessantemente, tutto il giorno, con i mortai.
A farne maggiormente le spese furono i più innocenti: i bambini. Avevano bisogno di ossigeno e sangue ma non risparmiarono nemmeno il City Hospital della città oltre al Municipio ed al Parlamento.
Nel mese di febbraio, le case bruciate o distrutte erano 35.000. Per fortuna, nessuno di noi rimase ferito. La notizia dell’uccisione di un nostro amico, la tristezza per quell’episodio, indusse molti a dire “la guerra è iniziata”. Era il momento che nessuno si sarebbe mai aspettato!! Un giorno rientrai in casa. Attraversando l’atrio sentii un sibilo sopra la testa ed un vociare concitato. L’entrata era sventrata. Alzai lo sguardo e vidi un uomo, un fucile e come me, molta gente che non riusciva ad uscire dall’edificio, impaurita.
Atterriti, cercammo di fare ciò che ci fu possibile. Mi puntò il fucile contro, probabilmente mi avrebbe colpita. Panico. Da allora sento di essere morta anch’io. Riuscimmo a scappare mentre alcuni per strada urlavano “assassini”. Sarajevo bruciava e con esso tutta la sua storia. Il suono delle sirene impazzite esattamente percettibile. Nonostante ciò, ci ostinammo a non voler credere che, oramai, eravamo in guerra. Solo più tardi mi accorsi di avere le mani macchiate di sangue. Vomitai.
Per procurarci l’acqua eravamo costretti a percorrere quattro chilometri. Vidi cadere una donna sotto il fuoco nemico, gridava, ma dovevo proseguire. I cecchini sparavano e basta, senza sosta. Bisognava correre, correre e sperare,non c’era altra alternativa.
La situazione peggiorava continuamente e fummo costretti a rifugiarci per giorni nel seminterrato mangiando ciò che eravamo riusciti a procurarci al mercato nero. Bruciavamo la poca legna che avevamo, talvolta anche i libri, per scaldarci. Si cominciarono a scavare trincee. Sfinita ed affamata, la gente cominciò a costruire il Tunnel che tutt’ora passa sotto l’aeroporto di Butmir, unica speranza per passare da una parte all’altra della città.
Chi rifiutava di prestare servizio per l’esercito serbo veniva ucciso; esecuzioni all’istante. Un colpo alla testa. Per giorni ho ascoltato la propaganda serba confutare ciò che era evidente agli occhi di tutti. Molti cercarono di scappare, di trovare riparo all’estero,da amici o parenti ma fu difficile.
D -Dopo l’assedio, la ricostruzione di una città martoriata. Che sentimenti, quali pensieri hai provato??
R – Nel ’95, per calmare la situazione, il 21 novembre vennero firmati gli accordi di Dayton ma in ogni caso, non si possono dimenticare più di 100.000 morti, 50.000 feriti e 1601 bambini vittime del conflitto. Fummo aiutati con una forma di formaggio, un sapone, 1 kg di farina per litro di latte, 3 pacchi di pasta, tre confezioni di pesce e fagioli e fette di pesce.
D – Sarajevo oggi. Come scorre la vita, quali i principali problemi ma, soprattutto, quali sono i rapporti tra voi musulmani e le altre comunità??Sei sposata con un serbo, ma il vostro è amore vero.
R – Nella ex Jugoslavia, ci sono oltre 28 nazionalità diverse. Dal 1990 sono sposata con un uomo, ma la mia mente ricorda sempre, anche nei momenti di distrazione che i suoi genitori, la sua famiglia sono serbi. Non abbiamo la stessa religione né la stessa nazionalità. Il dialogo è difficile quando non si è disposti a capire le ragioni dell’altro, le diversità. Per loro sono e sarò sempre musulmana, una cagna come fui definita. Una volta, in Serbia, dove avevo accompagnato mio marito,mi sentii osservata quasi fossi un marziano. Che dire, poi, di quella donna che mi disse “è sposata con un serbo??Che stupido”.Cosa ribattere?? Abbiamo vissuto la maggior parte della nostra vita a Sarajevo, anche se mio marito a causa del lavoro ha trascorso più tempo in Serbia mentre io sono rimasta qui. Oggi si vendono appartamenti a prezzi bassi nel nostro edificio di 100 case, appartenute ai Serbi che avevano già lasciato Grbavica all’inizio dell’umana follia.
Ora è molto bello andare ovunque, persino a dormire sul prato se necessario. La crisi si fa sentire,abbiamo la libertà ma c’è ancora tanta corruzione in ogni angolo, molte aziende straniere stanno aprendo sedi in città. Ci sono le forze della NATO, gli italiani come pure contingenti di altre nazionalità, come avete avuto modo di vedere. Questo è positivo per mantenere l’ordine e la sicurezza, ci rassicura. Nonostante ciò che è stato, siamo balcanici, popolo con anima e cuore, che ha cantato anche di fronte alla morte. Siamo orgogliosi, abbiamo un cuore puro. Dal 1996,Sarajevo sta lentamente cominciando a ridestarsi, a risvegliarsi da un incubo. Ciononostante, amo anche quei momenti tristi, sono parte di me.
D – L’arresto dei criminali di guerra, Karadzic e Mladic.Ci racconteresti le tue emozioni quando hai appreso la notizia??
R – Che dire, non ci sono solo Karadzic e Mladic, sanguinari dei quali non voglio neppur sentire parlare. Non ci sono parole ed alla notizia del loro arresto non ho provato solo disprezzo per ciò che hanno fatto e/o ordinato. Rappresentano la punta del iceberg ma, ad oggi, nel nostro Paese, il fatto certo è che ci sono più di 25.0000 criminali di guerra ancora a piede libero.Questo fa ancora più male…. Le madri non sanno dove ritrovare le ossa dei loro figli per darvi una degna sepoltura. Donne violentate, stuprate. Pulizia etnica si chiama da voi, giusto?Vorremmo solo giustizia e ricongiungerci con ciò che rimane dei nostri cari. Non chiediamo altro.
D – Infine, cosa auspichi per il futuro della tua meravigliosa città che decisamente sentiamo anche un po’ nostra??
R- Dopo quanto successo, ognuno di noi è alla ricerca di un messaggio di vita per trasformare la nostra patria, non per dimenticare ma la vita va avanti e deve essere vissuta per ciò che rappresenta, nonostante le brutture. Siamo orgogliosi di essere nati in una Bosnia intatta, libera, un popolo, un Paese dal cuore puro. Abbiamo i nostri sogni. Crediamo in un futuro più clemente, non vogliamo nient’altro. Sono cresciuta con lo spettro del monte Igman ma in un sogno ho visto un ragazzo che cresceva bene ed allora è rimasto qui. E’mio figlio e per lui auspico il meglio. Un pensiero mi conforta, ossia che tutte le strade portano a te, Sarajevo, con il nostro amore che non cesserà mai di essere vivo e di amarti. Il mio desiderio è di illuminarti, Sarajevo,amore mio.
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