Flusso di soldi tra Italia e Iran quattro volte quello del 2001
Segnalaizone di Fulvio Del Deo (Virginia Di Marco intervista Menachem Gantz, corrispondente a Roma di Yediot Aharonot – dal Riformista ) Gerusalemme. «Berlusconi è un amico d’Israele, certo. Ma è anche un uomo d’affari». Sul presidente del Consiglio italiano, che proprio questa settimana ha trascorso tre giorni a Gerusalemme in visita di Stato, il giornalista israeliano Menachem Gantz non sembra avere dubbi. «Da una parte – dice al Riformista Gantz, inviato a Roma di Yedioth Ahronot (il quotidiano più diffuso in Israele) – si dichiara vicino a Israele, dall’altra è leader di un Paese che ha il business più grande d’Europa con l’Iran». E questo malgrado la comunità internazionale si stia muovendo in direzione di pesanti sanzioni economiche contro la Repubblica islamica, per cercare di ostacolarla nella sua corsa verso il nucleare. «L’Italia – spiega il giornalista israeliano – nel 2009 è risultata essere il primo partner commerciale europeo dell’Iran: lo dimostrano dati alla portata di tutti, pubblicati anche sul sito dell’Istituto del Commercio estero italiano». Gantz si è occupato a lungo della questione, pubblicando vari articoli nei giorni precedenti alla venuta del premier in Israele, tra cui un approfondimento dettagliato dal titolo “Business as usual”, affari come al solito. Nella sua analisi hanno poco significato le recenti affermazioni di Berlusconi, secondo il quale il giro d’affari con Teheran sarebbe calato di un terzo nell’ultimo anno. Non basta mostrare le cifre, sostiene Gantz: bisogna contestualizzarle, tenere conto anche di altri, fondamentali fattori. Come la diminuzione del prezzo del petrolio, che è il primo prodotto iraniano importato dall’Italia: «Se il costo al barile è minore, il business nel complesso risulterà ridotto dal punto di vista della quantità di denaro che circola. Ma questo non significa necessariamente che il volume dell’importazione sia minore». Considerazioni analoghe si trovano anche in un documento stilato nel 2009 dala Farnesina. «Negli ultimi anni – si legge – l’economia iraniana è stata fortemente influenzata dall’andamento del prezzo del greggio, principale voce dell’esportazione. L’industria petrolifera assicura l’85% degli introiti delle esportazioni e almeno un terzo delle entrate totali del governo». Lo stesso resoconto sottolinea un altro fattore che ha contribuito a fare diminuire il business tra Italia e Repubblica islamica, e cioè «i drammatici avvenimenti che hanno fatto seguito alle elezioni presidenziali del giugno 2009 e l’incertezza del quadro politico» che ne è derivato. In un Paese politicamente instabile si investe meno, soprattutto in tempi di crisi economica internazionale. «In altre parolper poter affermare, come ha fatto il presidente del Consiglio, che questa contrazione numerica degli affari tra Italia e Iran è frutto di una precisa scelta politica, anziché di congiunture esterne. Parole e dichiarazioni di intenti devono essere avvalorate dai fatti nel medio periodo, diciamo nei prossimi sei mesi-un anno». «Quello che per ora sappiamo – aggiunge – è che ci sono alcuni elementi che danno da pensare. Per esempio il fatto che il flusso di soldi tra Italia e Iran negli ultimi anni è salito. Nel 2001 (quando Berlusconi era al suo secondo mandato) il giro d’affari si aggirava intorno ai 2,7 miliardi di dollari; oggi risulta più o meno quadruplicato ». E ancora: «Nel 2005 l’Italia era il terzo Paese in Europa per il commercio con la Repubblica iraniana; negli ultimi tre anni è al primo posto. Più di un quarto del mercato tra Europa-Iran è basato sugli affari tra Roma e Teheran». «Certo – sottolinea Gantz – non stiamo parlando di una politica economica inaugurata da Berlusconi: da almeno dieci anni tutti i governi italiani, di destra e di sinistra, hanno contribuito a sviluppare questo business che oggi è un mostro gigantesco, difficile da dominare». Ma suona strano che un grande amico d’Israele – quale Berlusconi si professa – non inneschi una netta inversione di tendenza. Una contraddizione di cui i giornali israeliani e americani si sono occupati parecchio, a differenza della stampa italiana. Il dossier iraniano è senz’altro più distante dal sentire comune dell’opinione pubblica italiana rispetto a quella israeliana, ma le ragioni del ritardo con cui questo dibattito è stato affrontato sono anche altre. «I media filogovernativi – critica il columnist israeliano – non ci tengono a mettere in imbarazzo il premier su un tema così delicato; altri appartengono ad aziende che hanno interessi in Iran». «Il governo italiano – conclude Gantz – è molto bravo nella retorica; ora, però, non è il momento delle belle parole, ma delle sanzioni. E affinché siano efficaci c’è bisogno di serietà e coerenza»
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